Altripiani

Lubiana e Pola in treno, appena oltre confine

In viaggio sul treno Arena, come ai tempi della vecchia Jugoslavia quando Slovenia e Croazia erano una sola nazione.

Eccoci qua in viaggio pronti a socializzare, con la mente libera, il passaporto in tasca e i piedi al caldo in questo vecchio vagone.
Il treno non è solo un semplice mezzo di locomozione per spostarsi da un punto ad un altro, sicuramente porta altrove, ma favorisce anche la riflessione, la creatività e la fantasia verso nuovi progetti.

Non stiamo andando chissà dove, solo oltre confine, in Slovenia, in quel polmone verde che osservandolo sulla cartina geografica lo si vede dalla forma di una gallina con il collo allungato.
Ebbene qua gli spazi del tempo effettivamente si allungano, le memorie sono diverse, le relazioni umane e spesso i segreti si sanno ancora custodire gelosamente, come la natura.

La Slovenia per noi è sempre stata quel territorio ricco di foreste, poco costruito, senza abusi edilizi, con persone perlopiù riservate, vicino a casa e simile all’Austria. Ma non così uguale perché infondo confina con il mondo slavo, dal quale però si è sempre voluto distinguere pur essendoci legata fortemente dai diversi capitoli di storia.
La Slovenia è un Paese piuttosto piccolo, tuttavia le sue condizioni climatiche sono legate alla variabilità del territorio, quindi registrano notevoli diversità. Nel Carso e poi nell’area montuosa, il clima in questa stagione è ovviamente freddo, sia al confine settentrionale con l’Austria sia nelle Alpi Dinariche al confine con la Croazia.

Bisogna partire con zaini leggeri per ogni avventura, ma senza dimenticare una buona giacca tecnica in gore-tex e calzature comode e versatili.

Lubiana è un gioiellino, una capitale dalle memorie austroungariche, con tetti rossi, facciate barocche e passeggiate lungo la Ljubljanica. Anch’essa molto verde, infatti è stata recentemente proclamata “European Green Capital”. E’ giovane, è pedonabile, è ciclabile. Tra i labirinti di strade e piazzette offre tutte le comodità per vivere qualche giorno la cultura, la funzionalità e l’efficienza slovena.

Lasciamo Lubiana e transitiamo per tanti piccoli villaggi ordinati, con un’ora di autobus si possono raggiungere le montagne. Noi siamo andati a Velika Planina (Grande Montagna), un altopiano sui 1600 metri che è facilmente raggiungibile con un’escursione di due ore o una funivia attiva durante tutto l’anno. Qui abbiamo trovato i colori dell’autunno, in valle pioveva, ma sopra le nuvole vinceva il sole e la panoramica vista sul monte Skuta, il Grinttavec, l’Ojstrica e altre montagne ben sopra i 2000 metri era magnifica. Tutto perfetto.

Nel buon stile Altripiani facciamo conoscenza con una signora in età, Helena. È minuta, ma ricca di energie nonostante i suoi settant’ anni. Subito ci chiede una mano per portare le provviste in quota. Abita a Kamnik, ma dorme spesso sull’altopiano, in una piccola baita in legno di larice. Per scaldarci brindiamo con alcuni bicchierini di Pelinkovac, alle 10 del mattino.
Prende confidenza e ci riconosce come giovani svegli e curiosi. Ci offre sorrisi e abbracci e camminiamo insieme fino al punto più alto dell’altopiano per firmare il libro di vetta e scattiamo qualche foto ricordo.
“Hia hia hia hooo” grida Helena, è il saluto per i bajter, gli abitanti di queste baite, ci dice ridendo. Canta una canzone e poi tra racconti e aneddoti ci spiega che lavorava per un’azienda che faceva scaffali in legno e per dieci anni ha abitato in Istria, a Raša.

Bussiamo ad una porticina di legno scuro, aprono alcune amiche che stanno organizzando il pranzo. Si brinda ancora.
Domani è giorno di festa, i pastori che d’estate pascolano sull’altopiano consegneranno le chiavi ai bajter per custodire l’alpeggio durante l’inverno. Il gulasch bolle in pentola e gli uomini sono a caccia di porcini.

Passare dai porcini sloveni agli scampi del mercato del pesce di Pola non è così difficile.

Infatti in questo viaggio abbiamo deciso di percorrere e collegare due territori, che rappresentano molto bene la vicinanza tra la montagna e il mare, condividendo tantissima natura, boschi e foreste.

La Slovenia e l’Istria sono unite anche da un treno a binario unico. Un treno storico che nel secolo scorso era una locomotiva a vapore. Venne chiamato treno “Arena” o “treno verde”, altri ancora gli diedero il nome di “Istarska pruga” ovvero linea ferroviaria istriana che collega Divaccia a Pola in 122 km. Lo sviluppo di questa ferrovia segue la prima rivoluzione industriale e le necessità agricole di queste terre. Era necessario rompere l’isolamento che caratterizzava il centro delle penisola istriana e assieme alla Vienna – Trieste portò collegamenti e sviluppo in svariate attività industriali come in quella navale, edile e meccanica.

Una linea ferroviaria che segue il destino di queste terre di confine. Inaugurata il 18 agosto 1876, prima in mano alle ferrovie istriane, poi passa fino al 1945 al Compartimento triestino delle Ferrovie dello Stato italiano. Tra gli anni ’50 fino al ’70 è sotto l’Azienda dei trasporti di Lubiana. E a cavallo degli anni ’90, in seguito alla proclamata indipendenza di Croazia e Slovenia, viene suddivisa tra le rispettive Ferrovie di Stato di competenza del territorio. Una ferrovia che è sempre stata esclusa dal resto dei binari croati e spesso sostituita dagli autobus locali.

Con due cambi e cinque ore di viaggio passiamo dalla verde Lubiana alla romantica Pola. Ervin il capotreno lavora da trentacinque anni su questa tratta. Gli piace molto il paesaggio, soprattutto dopo il controllo passaporti al confine, quando il treno dapprima lento e silenzioso poi sempre più convinto e veloce scende verso Buzet e si intravede tutta l’Istria. Sul treno lavorano sempre in coppia, si conoscono tutti: capitreno, macchinisti, capistazione e poliziotti. Ognuno svolge il proprio ruolo con dedizione e rispetto nonostante non ci siano mai sovraffollamenti.

Il treno resiste ed è molto utilizzato, i passeggeri salgono e scendono, il vapore è stato sostituito dal motore a diesel ma le ruote sferragliano come centocinquant’anni fa, i freni fischiano e il macchinista si fa sentire prima dei passaggi a livello.

Sembra di essere seduti dentro un cinema a guardare un film lungo, ma che ti lascia il tempo di pensare. Dai finestrini scorre lo spettacolo della natura, dolce e aspro insieme: il Carso, la pietra, la montagna. E ancora la foresta, i boschi, gli alberi che mutano colore, che si mescolano nel paesaggio mentre il treno li sfiora.

Ecco i poliziotti sloveni in mezzo ad un grande prato, vicino alla frontiera, appoggiati alla jeep con le portiere aperte, osservano il treno che da lì a poco sarà al “checkpoint”.

Alla piccola stazione di Buzet si cambia treno. Si susseguono nomi come: Roč, Lupoglav, Hum u Istri, Borut, Pazin, SV. Peter U Šumi, Kanfenar, Galizana, Pula.

Il capotreno sorride, annuncia ogni fermata dove c’è sempre l’immancabile e puntuale capostazione che sbuca dal suo ufficio o da sotto una pergola ancora in fiore. Una figura ormai scomparsa che resiste ancora qui in queste terre. L’Europa sempre più connessa non ha più capistazione baffuti, magri, longilinei, rotondi con il berretto o senza, incravattati con la giacca o in maniche di camicia, con la paletta verde o la bandierina rossa. Qualcuno che dica buon giorno e buon viaggio, che indirizzi i passeggeri incerti o quelli carichi di borse della spesa.

Il treno va e corre. Vediamo prima i muretti a secco di pietra d’Istria e i campanili in stile veneziano sbucare sulle colline verdi, poi il verde si fa giallo dei campi e intravediamo la striscia azzurra del mare. La nostra meta!

Scendiamo i tre scalini del treno. Anche noi ringraziamo e auguriamo buona giornata al capotreno che da lì a qualche minuto riparte per rifare il tragitto a ritroso.

Per noi inizia una nuova escursione: l’Arena di Pola, l’Arco dei Sergi, un tuffo nell’Adriatico e un piatto di gnocchi della bisonna.

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